La moneta dei sardi che lentamente cancellò la civiltà nuragica

Articolo tratto da noicollezionisti.it

Un esemplare del Sardus Pater (click sulla foto per ingrandirla)
Un esemplare del Sardus Pater (click sulla foto per ingrandirla)

Per introdurre l’economia di Roma in Sardegna fu coniata la moneta dei sardi

Nel 238 a.C. Roma conquista la Sardegna mettendo fine al dominio punico sull’isola. Attratti dalle risorse dell’isola e perseguendo la politica di annullare ogni legame culturale con Cartagine tentano di dominare le popolazioni autoctone attraverso la forza. Ma i sardi da secoli avevano un antico legame fraterno con i cartaginesi in quanto condividevano comuni origini culturali ed avevano costruito una profonda alleanza commerciale basata sul rispetto reciproco. Quando i romani introdussero la tassazione attraverso il meccanismo fiscale della “decima” inevitabilmente scoppiò una rivolta che trovò nel cartaginese Amsicora un capo riconosciuto. Amsicora pur non essendo sardo aveva trovato sull’isola le condizioni ideali per effettuare numerosi investimenti che l’avevano portato ad essere il più ricco proprietario terriero. Per una ragione ignota ma che probabilmente si origina nella sue capacità di commercio Amsicora era riuscito anche ad essere rispettato da coloro che da sempre avevano abitato la Sardegna: i nuragici.

Questi ultimi mal sopportavano sardi e cartaginesi che li avevano costretti a retrocedere verso le zone centrali dell’isola delimitando di fatto la loro terra ad una riserva in cui sopravvivere che non aveva accessi importanti alle coste sfruttate per gli scambi commerciali tra sardi e cartaginesi. Ma i nuragici trovarono i romani ancora più spregevoli di sardi e cartaginesi e decisero di aiutare Amsicora probabilmente nell’intenzione di recuperare in parte le loro terre natie. Nel frattempo Josto il figlio di Amsicora si trovò costretto a fronteggiare nei territori di Cornos l’esercito romano guidato da Tito Manlio Torquato e composto da 23.000 uomini. Quando Amsicora giunse con i nuragici nel luogo dello scontro trovò il figlio morto: massacrato insieme ai 3.000 soldati che guidava. I nuragici arretrarono ancora una volta verso l’interno e Tito Manlio Torquato rinunciò ad inseguirli preoccupato della sua scarsa conoscenza del territorio. Nel frattempo a Karalis giunsero i rinforzi che Cartagine aveva promesso ad Amsicora che senza indugi attacca l’esercito romano stanziatosi nella piana di Sanluri. Dopo una lunghissima battaglia e 22.000 morti tra cartaginesi, sardi e nuragici, non sapendo più affrontare il disonore Amsicora si suicida e Cartagine perde definitivamente ogni ascendente sull’isola.
Roma, interessata dal carbone, dal grano e dal sughero prodotti nell’isola, non arretrò mai di un passo e continuò per decenni a respingere le azioni di guerra organizzate da quel popolo formato da cartaginesi, sardi e nuragici. La situazione divenne sempre più intollerabile per Roma che ravvisò la necessità di un pretore forte in grado di ristabilire l’ordine pubblico. Fu individuato Marco Azio Balbo: il cognato di Giulio Cesare. Marco Azio Balbo nel 60 a.C. sbarca sull’isola con le migliori intenzioni di affrontare la situazione divenuta ingestibile e si accorge che in realtà sulle incursioni dei ribelli si era creata una vera economia di assistenzialismo ai danni dell’impero: corruzione e ruberia erano all’ordine del giorno. Marco Azio Balbo si prodigò quindi in un’opera di risanamento che fu gradita anche ai sardi e riuscendo a guadagnare il loro rispetto ma non quello dei nuragici che continuarono a combattere insieme ai cartaginesi rimasti all’interno dell’isola dopo la dissoluzione delle armate di Amsicora.
Intorno al 38 a.C la situazione era nuovamente precipitata e le incursioni ribelli mettevano ormai in ridicolo l’autorità di Roma che da “padrona del mondo” non riusciva a dominare un piccolo territorio. L’impero era però passato nelle mani di Ottaviano Augusto che con le sue riforme finì per conferire a sardi e cartaginesi ancora presenti sull’isola la cittadinanza romana. Alcuni capi tribù divennero autorità governative riconosciute da Roma e per sancire tale riconoscimento fu coniata una moneta che passò poi alla storia come Sardus Pater . La moneta dei sardi era un’asse che aveva al dritto l’effigie di Marco Azio Balbo in quanto riconosciuto come fautore del dialogo tra sardi e romani ed al rovescio il profilo del Sardus Pater ovvero del capostipite del popolo sardo dal quale l’intera isola prendeva il nome. Questo eroe mitico che nel primo secolo a.C. fu citato da Sallustio aveva origini greche ma divenne “duce” di un grande esercito che i greci definirono di origine della “Libye”. Con tale esercito Sardo attraversò il mediterraneo per approdare sull’isola “Ichnusa” (antico nome della Sardegna) e costrinse i nuragici ad arretrare verso l’interno lasciandoli liberi di vivere.
Il Sardus Pater era quindi un simbolo che incuteva nei sardi quel timore reverenziale utile affinché accettassero l’economia e la tassazione romana e si illudessero di agire secondo i valori che il loro stesso capostipite aveva tramandato. Questa nuova politica perseguita dai romani funzionò: dall’introduzione del Sardus Pater le rivendicazioni dei nuragici diventarono sempre più esili fino a scomparire. La convivenza tra romani e sardi fu quindi possibile: i sardi potevano commerciare i loro prodotti con il resto dell’impero ed edificando templi al loro mitico eroe. Militarmente potevano contare sulla protezione romana senza più bisogno di mantenere un proprio esercito essendo più conveniente la carriera nell’esercito imperiale. Per accrescere il loro commercio ed il loro prestigio penetrando sempre di più nelle vite imperiale i sardi avevano bisogno di terra che veniva di volta in volta tolta ai nuragici attraverso un lento ma inarrestabile genocidio: questo essenzialmente è stato il motivo di conio della moneta dei sardi o Sardus Pater.

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